giovedì, giugno 23, 2011

MentreL'OstricaSputavaSuiTarli







Ognuno ha il suo tempo.
Ognuno è il suo tempo.
Osservo una giovane madre cullare la figlia.
Sedute di fronte a me dentro questo battello torrido.
Aridità d'aria. Puzza di sudori.
Se la tiene in braccio cercando la posizione più confortevole per farla riposare incurante del fatto che i capelli rossi della bambina siano impietosamente appiccicati sulla pelle del suo decolletè.
Cerca di farle aria muovendo la tesa del cappellino che regge in mano consapevole che comunque non ci sarà alcun refrigerio.
Io so che quella donna farebbe di tutto pur di far stare bene la sua bambina.
La sua cosa preziosa. Il suo bene assoluto.
Non c'è afa che tenga.
Vorrei fermare quel momento in uno scatto ma non posso: sono in una posizione troppo esposta. E non posso rubare la scena. Dovrei alzarmi e chiedere loro il permesso di fotografarle rovinando quel capolavoro.
Ed ecco che mi viene in mente la Pietà del Michelangelo.
Di più.
Mi viene in mente mia figlia ed i suoi capelli rossi.
Ancora.
Mi vengono in mente i miei trent'anni e tutto il resto: che nessuno tocchi i cuccioli della tigre.
N-o-n  a-v-v-i-c-i-n-a-r-s-i.
Ognuno ha il suo tempo.
Ognuno è il suo tempo.
Sta arrivando un temporale. Forse cambierà l'aria. Sono ancora arrabbiata. Non so nemmeno perchè sto qua. L'appuntamento è alle diciotto e trenta: come sempre sono in anticipo e lui arriverà in bicicletta e sarà pure in anticipo di un po'.
In finale ci assomigliamo su questo.
Così io farò finta di niente.
Farò finta di scordare che stamane, quando l'ho svegliato, mi ha mandata a cagare perchè ho cominciato a parlare di cose serie e di prima mattina – di cose serie – a vent'anni non si può parlare.
Di più. Ancora.
Farò finta di dimenticarmi che ieri lei m'ha detto che ha un poco di timore a trovare una casa vicino alla mia, nell'isola.
“Cioè, ha detto, tutti e tre vicini non è un po' troppo?”
Sdeng.
Come se fossi una madre assillante. Una madre che soffoca. Una rompicoglioni.
Lei che a quindici anni era a Trafalgar Square a festeggiare il capodanno da sola.
Ognuno ha il suo tempo.
Ognuno è il suo tempo.
Che volete che vi dica? Che posso sentire sulla mia pelle i capelli appiccicati di quella bambina? Che sento ancora l'odore acre del cuoio cappelluto che avevate da bambini quando eravate tutti sudati?
Era un attimo fa. Era ieri.
E voi che sapete sempre tutto, questo non lo avevate previsto?

giovedì, giugno 16, 2011

LeLuci&LeRane







Ho fame. Mangio ogni due ore. O meglio mangerei ogni due ore ma mi trattengo. In questa notte che qui da casa mia è uguale a tante altre notti, qualcuno mi scrive che è una notte molto buia. Niente luna. Buia e con le luci lontane. Sembra la notte dell'amore, qualcuno mi scrive.
Ma io so che non è così: so che la luna c'è, è solo che non si vede.
Io non vedo le luci della francia e non sento le rane.
Le rane al buio sentono la luna e così io immagino le luci della francia.
Immagino. Osservo. Immagino.
Quando penso, osservo.
Quando cammino, osservo.
È così che li ho visti.
Stavano sul ponte e si parlavano, un po' gesticolando.
Ho ripreso con gli occhi gli ultimi istanti del loro conversare. Non lo so da quanto erano là, né posso sapere se era stato un incontro occasionale. Però si conoscevano. Lui ha scritto qualcosa su un piccolo foglio. Poi l'ha spezzato in due. Uno l'ha passato a lei che lo ha messo in borsa, l'altro se l'è infilato nella tasca dei pantaloni. Sorridevano.
Poi si sono salutati, timidamente e senza guardarsi. O meglio, erano talmente imbrazzati che i loro sguardi scivolavano a terra non appena gli
occhi s'incrociavano.
È proprio questo che mi ha costretta a fermarmi. Ai piedi del ponte, mentre stavo percorrendo la strada che ogni giorno faccio per recarmi al lavoro.
Si sono salutati e lei gli ha voltato le spalle ed ha cominciato a fare gli scalini del ponte in discesa, appena un poco distante da me.
Aveva un'espressione di esplosiva felicità e la mano davanti alla bocca per tenersi una risata di dentro.
Gli occhi brillanti come due pietre preziose.
Immediatamente mi sono concentrata su di lui.
In alto, sul ponte, s'era voltato per scendere dalla parte opposta ma, fatti due passi, s'è bruscamente fermato, ed un istante dopo s'è tirato fuori dalla tasca dietro dei jeans il pezzo di carta e l'ha guardato.
E aveva l'altra mano sulla testa a grattarsi i capelli e sulla bocca quel sorriso, e gli occhi che luccicavano.
È rimasto fermo, immobile, là in alto sul ponte davanti al supermercato. Ed io lo guardavo, timorosa che mi vedesse.
Mi sembrava di rubare qualcosa di prezioso. Mi si è bloccato il respiro.
Mi sono dimenticata di respirare quando, guardando lei che ora aveva fatto qualche passo oltre il ponte, mi son accorta che anche s'era fermata, e leggeva il foglietto che teneva in mano.
E con le dita dell'altra mano si rigirava ciocche di capelli.
La strada era piena di gente. Turisti e lavoratori. Bambini con le patatine del mcdonald ed extra comunitari che vendono le loro borse finte.
Ma a me è sembrato che tutta quella gente in movimento all'improvviso si bloccasse e che l'unica cosa a creare energia in quella grande e larga via fossero quei due giovani.
Ehi giratevi!, avrei voluto gridare loro. Vi siete innamorati! Io lo so!
Lo so, ne sono certa. Lo so come so che questa sera c'è una palla di luna anche se non si vede. Me la sento nella pancia che pulsa come la via vena aorta.
Blop. Blop. Blop.
Cra. Cra. Cra. Le rane si parlano nel buio della notte. Parlano in italiano e alcune parlano anche il francese, e poi le luci della francia son sempre accese nella notte. La notte dell'amore.
Chissà chi dei due ha telefonato prima.
Chissà se si son ritrovati.
Chissà se l'odore del primo bacio è stato loro familiare.
Chissà se mi passerà questa fame.
Di te.
Fuori, più lontano, una palla rossa nel cielo nero.

domenica, giugno 05, 2011

DellaSciagurataCattiveria





















Che poi era meglio se ti lasciavo lì, dipinta d'inchiostro blu scuro, su quella foto in bianco e nero. Magistrali, classe terza. O quarta. La foto della classe. Non che mi ricordi un granché di quegli anni, però.
Nemmeno che penna avevo usato per nasconderti ricordo. Forse la mia vecchia stilografica Pelikan.
L'inchiostro col tempo si è tutto crepato, sopra la tua silhouette. Proprio come la pelle del tuo viso. eh. Il tempo passa, inclemente. Nonostante il botox. Uheuheuheuheuhe.
Era quella risata. Una risata sguaiata. Era quel tuo stare scomposta. Noi tutte in posa, da brave future maestrine. Tu quasi accucciata col capo un poco reclinato all'indietro, a ridere.
Ti ho oscurata perché quella posizione mi urtava i nervi.
Oltre al fatto dell'aver appreso che eri stata col mio fidanzato di allora. Che prima di me stava appunto con te, ma poi ha scelto me. E di nuovo con te. Avevo la varicella, io. Presa da mio fratello. Io, a diciotto anni con la varicella, e tu con lui.
È ovvio che me la sono presa con te, come da manuale. A lui poi l'ho perdonato. Faceva il marinaio, ed era balbuziente. Anche era buono.
Che poi più avanti mi capiterà la medesima cosa. Dell'amica che va col tuo uomo. Ma a lei non la perdonerò e comunque sarà diverso. È la storia che si ripete.
Come un gomitolo che si srotola e gira e rigira.
Come una palla di quelle con gli spicchi colorati. Ti passa davanti e tu vedi solo un colore.
Io non lo so di che colore sei tu. Sono giunta al punto di non ritorno. Te l'avevo data la seconda possibilità, la terza non fa parte del pacchetto. Che poi di pacchi me ne hai tirati più tu di me.
Con la scusa della paura dell'acqua e dei temporali e delle trombe d'aria e sai mi sono rotta il cazzo delle tue paure e delle malattie che ti fai venire e delle scuse che non hai. Perciò fumati i tuoi due pacchetti di sigarette ché tanto non ce la farai mai a smettere. Che poi se una ha paura delle malattie va in controsenso che si fumi sessanta sigarette al giorno. eh. Fumatele quando esci dalla messa delle sei e mezza del sabato. Fumatele tutte su una volta. E' inutile che prendi il pacchetto da dieci. Finiscila di prenderti per il culo da sola. A me sul culo mi ci stai.
Che poi in verità  finisce che divento cattiva. Hai detto che sono cattiva. Tanto lo dicono tutti che sono cattiva e ben venga che son cattiva davvero. Sono nata in mezzo ad una tormenta di neve e non dovevo nemmeno nascere quel giorno. La zia L. dice che è per quello che son nata cattiva. La zia W. diceva che ero buona ma adesso è morta e son morti quasi tutti quelli che dicevano che ero buona. Così resto cattiva.
Ah. C'è poi anche il discorso del limoncello e dei glenn grant e i prosecchi che ti butti in corpo. Che poi non mi sta proprio tanto bene. Per niente bene. Ma non te l'ho mai detto. Da cattiva, ovvio.
E c'è anche uinforlaif e il grattaevinci.
Di tutto questo con tuo fratello non ho nemmeno mai parlato. Ma guarda.
Questo è bene che tu lo sappia. Si è sempre parlato della tua professione. Della fine della tua professione. Della tua ossessione per la professione. Si diceva che non te ne fai una ragione. Lui diceva. Io, più che altro ascoltavo. Mi limitavo a preoccuparmi del fatto che tu potessi sentirti sola.
Non fallita. Sui tuoi fallimenti ci disquisiva lui. Il fratellone tuo. Quello che poi m'ha dato della cretina. E della sciagurata.
Che poi io questa parola nemmeno so cosa vuol dire. Sciagurata. Beh. Fa tanto Eduardo. Della tragedia napoletana. Insomma roba da gente dello spettacolo.
Che poi io vi vedrei bene al circo, senza offesa.
Lui al pianoforte, col frac e il naso rosso. Tu in tutù, che danzi la fine.
La mamma in platea batte le manine. Clap clap. Inchino. Il sipario si chiude.
Che poi non so nemmeno perchè sto qui a scrivere di te. Di voi. Ché la cosa che mi verrebbe meglio sarebbe quella di prenderti per le spalle e sbatterti su per un muro. Botte da orbi,  di quelle che ti ricorderesti in vita. A te e a quel mona di tuo fratello.
"Non c'è mai una seconda occasione per fare una prima impressione".
La terza te la puoi proprio scordare.

Post scriptum.
Quella foto, quella delle magistrali, quella in cui sei tutta scura – dalla testa ai piedi – sì, insomma la foto di cui parlavo prima, beh nemmeno la trovo più.
Non è più che un segno questo?

sabato, maggio 28, 2011

NienteDiPersonale






Mi disse: mi sposo.
Me lo disse al telefono, tra una cosa e l'altra.
Come se niente fosse. Me lo disse dopo che io avevo fatto una battuta. Non rammento nemmeno a proposito di che.
Parlando appunto di matrimonio. Intendo la battuta.
Poi passò ai dettagli.
Parlò del posto, dei posti. Qui piuttosto di là. Ma anche no.
E parlò di una festa, con tanti amici. Magari su, in montagna.
Mi disse che gli sarebbe piaciuta una cosa con gli amici.
Una di quelle cose che poi si ricordano col passare degli anni.
È stato lì che ho pensato: fa che sia una cosa bella, quella che tu desideri fortemente, la più bella tra le cose che vorresti fare perchè poi se non la fai, se per caso dovessi decidere, se ti dovessero convincere a non farla, te lo dico da subito, che ti pentiresti per sempre. E te lo dico perchè lo so.
Intanto che pensavo, parlava e parlava. Sembrava un fiume in piena. Era come se gli avessi dato il via, e lui era partito in terza.
Poi cominciò a parlarmi del perchè volesse farlo.
Mi disse che se si fosse schiantato su un albero o fosse uscito in una curva, lei non avrebbe avuto nessuna speranza di essere avvisata né le avrebbero rilasciato alcuna informazione in caso di ricovero ospedaliero. A lei.
Lei che ancora non riesco a chiamare col suo nome perchè ho sulla punta della mia dannata lingua il nome della sua ex-ex. Cioè ex alla seconda. Cioè partendo dalla prima dovrebbe essere la quarta... ma sono già andata in confusione. Il fatto è che me le presenta e poi io mi ci affeziono. A parte qualcuna che proprio mi è stata sul culo.
E insomma ora è qui che mi dice che se la vuole sposare. Lei.
Lei che quando lui s'è beccato quella strana infezione ed è stato per dieci giorni con la febbre altissima, parlava al plurale, quando mi faceva la telecronaca della malattia, al telefono: questa mattina AVEVAMO 37,4 poi ABBIAMO preso la tachipirina così a pranzo ABBIAMO mangiato una minestrina, ABBIAMO preso le vitamine, ABBIAMO bevuto la spremuta, ABBIAMO dormito due orette eccetera eccetera.
Non che ci siano maggiori possibilità che si schianti lui piuttosto di lei. Se malauguratamente si schiantasse lei, comunque lui - ora come ora - non risulterebbe tra i familiari, quindi avrebbe le stesse possibilità che avrebbe lei, se si schiantasse lui, di essere lasciato all'oscuro fuori da una sala operatoria.
Idem se si trattasse d'infarto o morte improvvisa, ovviamente.
Mi parlò della situazione delle coppie di fatto.
Del fatto che di fatto non sono considerate coppie.
Mi parlò per un lasso di tempo con quel suo fare prolisso e – a tratti – noioso, a volte monotonale. Io seduta sulla poltroncina di vimini col cellulare in mano ad una mano appiccisosa di sudore afoso. Ma però mi sembrava d'averlo davanti e non so cosa avrei dato per avere in bocca una sigaretta amara da succhiare. In quel lasso di tempo ne avrei volentieri fumate tre o quattro, di sigarette ma, siccome ho smesso da un fottuto anno e mezzo, non mi resta che il ricordo ed il desiderio.
Un vaneggio. Miraggio. Il ricordo di tutte quelle sigarette che ci siamo fumati insieme nel corso di tutti questi anni. Ah.
Così gli dissi che lo faceva anche perchè l'amava. E mentre lo dicevo gli parlai sopra cosicché ho dovuto ripeterglielo. Insomma lo dissi due volte, in successione quasi istantanea mentre pensavo: ma quanto cazzo parli?
Fino ad ora mi aveva spiegato i motivi concreti percui valeva la pena di sposarsi: cose tecniche, per intenderci.
Poi scoppiò la bomba.
Meno male che ero seduta, poi.
E come prima, mi parlò sopra perché la seconda volta che dissi quella frase, quella dell'amore, lui si espresse esattamente con queste parole: “ah certo, se fosse per me, avrei preso la M. e me la sarei sposata seduta stante... guarda, proprio senza fare niente... così al momento”...
Mi si è annebbiata la vista e un groppo m'ha stretto la gola.
Bum. Commozione?
Nella mia testa l'ho visto vestito da principe che arrivava al galoppo sul suo cavallo bianco. Lei stava lì ad aspettarlo, sorridendogli, nel suo abito lungo da principessa medievale. Rallentando un poco la corsa, chinandosi leggermente da un lato e cingendole il braccio intorno alla vita, la prendeva issandola sul cavallo, ponendola di fianco davanti a lui, e con l'altra mano teneva le redini e guidava il destriero.
C'era il vento che scomponeva loro i capelli e un cielo azzurro di quelli oceanici. Quelli con tante nuvole bianche che sembrano zucchero filato e si muovono veloci.
Ho sentito anche i violini, le viole, le arpe, quelle musiche da roba trita e bollita. Poi, sempre guardandosi (lei sorrideva ancora, più che altro lei gli sorride sempre), li ho visti uscire di scena e raggiungere l'arcobaleno. Dissolvenza.
Realtà. Bum: occhi pieni di lacrime. Tutta sudata.
Tant'è che lui continuava a parlare. Io singhiozzavo col cellulare in mano, seduta su quella poltroncina di vimini, e lui parlava e parlava. Non credo nemmeno si sia accorto di nulla.
Più tardi, in bagno, seduta al cesso a pisciare, mi son presa la testa tra le mani e ho ripreso a piangere.
Pensavo al matrimonio, al fatto dello schiantarsi.
Ad un infarto piuttosto che un'emorragia cerebrale.
Al fatto delle coppie di fatto.
Più che altro ora mi stavo piangendo addosso. Letteralmente. Asciugandomi le lacrime che cadevano sulle cosce, pensavo alla persona da chiamare in caso d'emergenza. ICE, si deve scrivere sulla rubrica del telefonino, accanto al nome di chi si vuole sia contattato. In Case of Emergency. Fa tanto America ma la prima volta che lo lessi era su una bacheca della segreteria di un campo di rugby a Favaro Veneto.
Poi pensavo a te.
Pensavo che ho decine di numeri sulla mia rubrica telefonica.
Pensavo che ho scritto quell'ICE accanto a dieci di essi.
Pensavo che ICE accanto al tuo nome non l'ho mai messo.
Non mi viene neppure da metterlo.
E non è perché son più le volte che non rispondi di quelle che rispondi, quando ti telefono.
Già. Il lavoro nobilita l'uomo e non gli permette di rispondere al cellulare. Nemmeno in caso d'emergenza.
Pensavo all'emergenza e più pensavo all'emergenza e più pensavo a te e più mi veniva da piangere.
Poi ripensavo a quel fiume di parole sul matrimonio, su di lei, sui progetti ed i sogni che lui mi aveva vomitato addosso poco fa, e a quando mi aveva detto: guarda, se fosse per me la prendo e la porto via e me la sposo subito.
E in quell'attimo io ho pensato che le uniche parole che ti sento ripetere da mesi quando ti chiedo “portami via da qua”, sono: adesso vediamo.
Adesso vediamo. Adesso vediamo. Adesso vediamo.
Cosa vuol dire poi?
Adesso. Quando? Adesso, dunque subito.
Vediamo. Chi? Cosa? Cosa dobbiamo vedere e chi deve vedere? Ci sono cose e parole che non mi piacciono: adesso vediamo sono parole che non mi piacciono.
Adesso vediamo, adesso vediamo, adesso vediamo.
Che poi è l'equivalente di quell'aspetta un attimo che mi dice mio figlio quando gli chiedo di fare qualcosa.
Aspetta un attimo: non ti sei nemmeno accorto che avevo pianto anche se avevo due occhi rossi che sembravo un bue né mi hai chiesto perchè non avevo più voglia di mangiare.
Aspetta un attimo: ogni volta che mi telefona lui mi chiede di andare là, di trovare un lavoro e vivere accanto, l'uno all'altra. Di pensarci.  Osare, rischiare. Stravolgere la vita. Ricominciare da zero. Voltare pagina. Girare la boa. A volte è un attimo e la vita ti cambia. tu mi rispondi: adesso vediamo,  e pedali.
Aspetta un attimo: io sono ferma. A me non mi cambia mai niente. È così che mi passano i giorni, i mesi, gli anni.
Nessun progetto, nessuna vacanza, no vie di fuga, niente parvenze di sogni costruiti come mattonelle di lego seduti a tavolino o abbracciati in un divano. Quanto tempo è che quando ti svegli la mattina non allunghi un braccio per toccarmi, stringermi o abbracciarmi? D'altra parte la tua risposta è sempre pronta: io sono pigra e mi piace dormire, tu sei mattutino e quando apri gli occhi devi vivere la luce.
Ebbene perchè non sfrutti la tua iperattività e l'ipertensione in modo dignitoso ed esci a comprarmi un croissant, un cioccolatino, una t-shirt, una cazzo di foca di pelouche? Qualcosa che assomigli ad un regalo. Perchè le coppie che si amano, a volte, più spesso, amano anche scambiarsi dei regali.
Aspetta un attimo.
Paura o delusione? Mi chiedi.
Sai che ti dico? Adesso vediamo.

domenica, maggio 22, 2011

L'UomoAddettoAll'Insetto





se alle 13 e 30 tornate a casa e vi mettere a fare su una veloce pasta perchè avete fame e non siete riusciti a mettere in bocca nulla in cinque ore di lavoro, vostro figlio si alza di scatto dal divano e viene in cucina trafelato comunicandovi di essersi trovato una lucertola sulla spalla caduta dall'alto, voi cosa fate?
di solito mi manca l'uomo addetto all'insetto ma ora mi trovo in un baratro perchè mi rendo conto che mi manca anche un uomo addetto alle lucertole che piovono dal soffitto.
detto fatto. io e mio figlio cominciamo con gesti precisi e veloci a denudare il divano ad angolo dai suoi 13 cuscini formando una piramide sul pavimento. orrore. e se la lucertola andasse a ripararsi sotto la piramide?
spostiamo i cuscini sul tavolo. della lucertola nemmeno l'ombra. dubbio. guardo mio figlio.
hai bevuto molto ieri sera? delirium tremens.
occhiata tremenda. mamma, concentriamoci.
botte sul divano coi piedi. madonna che grande 'sto divano. che mi sono pensata quando l'ho comprato?
la lucertola fa capolino dall'angolo. una madre sospira di sollievo. mio figlio non mi racconta bugie e non è affetto da alcoolismo. ma come si prenderà una lucertola?
idea. mio figlio torna dalla cucina con una pentola e un coperchio. la lucertola pedona. dietro sulla spalliera. terrore. della lucertola. mio figlio si avvicina. poi retrocede. ho paura. dammi, dice la madre-coraggio e prende in mano la pentola. mi avvicino e poi retrocedo. ho paura. dramma. convivenza con una lucertola fino a che punto?
ebbene sì. facciamo fuoriuscire la forza che c'è in noi. bella squadra. la pentola viene posizionata sopra la lucertola aggrappata con le sue belle zampette a ventosa alla spalliera del divano e la copertina cartonata di un catalogo dimostrante l'arte di un carissimo amico - ahia si arrabbierà da morire - scivola tra la spalliera e la pentola imprigionando la lucertola.
la pentola viene raddrizzata e il suo coperchio si frappone al cartoncino - soltanto allora capisco che è la copertina del catalogo. ahia.
la lucertola è prigioniera dentro la pentola chiusa che viene posizionata sulla tavola in salotto per tutta la durata del nostro pranzo.
la pasta è molto scotta e il sugo fa schifo. qui l'arte culinaria non è mai stata al primo posto. tutto molto veloce.
tutti si aspettano sempre qualcosa. non so cosa c'entra ma io lo faccio sempre di portarmi via da bere eppoi di riportare la bottiglia intonsa a casa. paura di morire di sete. io non bevo mai.
non votare ti fottono, c'era scritto sul muro. il nostro sindaco ci ha tolto la linea 3 così i cittadini veneziani continueranno a viaggiare nei carri bestiame annusando le ascelle del turismo mondiale.
io odio la puzza di sudore. dirò al sindaco di accompagnare al ticket del turista un buon deodorante. oppure insetticida.
ho necessità dell'uomo addetto all'insetto.
la lucertola è dentro la pentola.


CaseDentroIlMare


















Sono nata in un'isola.
Non sento le case.
Sono nata in un'isola.
Non sento le case dentro. Ho abitato case che non m'appartengono. Ho dormito su letti che non sono i miei. Ho tante cose e non ho niente.
Posso ricominciare dovunque. Dico. Lo penso. Ma non è vero.
Sono nata in un'isola. Da genitori isolani. Le mie nonne isolane.
Sono nata in un'isola e non ho confini. Le case mi scivolano via. Mi ci ritrovo dentro, le abito e non le riconosco. Non le sento mie. Non ho nessuna casa che sia mai stata mia. Non abito da nessuna parte. Sono nata in un'isola. Non è colpa mia. Se non voglio andarmene.
Sono nata in un'isola ed ho paura del mare. Non mi piace l'acqua e d'inverno mi lavo a pezzi. Perchè il freddo mi entra dentro. In queste case che non sono mai state mie.
Sono nata in un'isola e mi chiamo Marina. Io che odio il mare e le sue creature. Io che non mangio il pesce perchè mi sembra che tutti i pesci abbiano lo stesso sapore. Un sapore di niente.
Come le case che ho abitato.
Perchè non volevo parlare di pesci. E nemmeno di isole, volevo dire. Desideravo esprimere i miei pensieri. Come un espiare di colpe. Frammenti di rimpianti. Di case non abitate. Non trovate.
Io ce l'ho la mia casa dei sogni.
Ce l'ho da quando ero bambina.
È una casa a due piani. Di quelle con il patio davanti. Rivestita di assi di legno bianco. Non grande, sia chiaro. Niente di esoso.
Qualcosa d'americano, per essere sinceri. Di quelle che si vedono nei film, ovvio. Non sono mai stata in America.
Una di quelle case del profondo sud: Alabama, Luisiana, Georgia.
Il buio oltre la siepe, mi viene in mente, ora.
Una casa al centro del mondo. Sprofondata nella terra. Circondata da chilometri di terra lontana dal mare.
Il mare non fa parte dei miei sogni. L'acqua spegne il fuoco.
Io voglio una casa con il caminetto.
Voglio vedere la fiamma crepitare e voglio sentire il caldo salire.
Voglio poter girare per casa a piedi nudi e sentire il calore del fuoco che mi sale dai piedi fino a raggiungere il cuore.
Voglio scaldarmi il cuore. E i piedi.
Sono nata in un'isola e la mia casa ideale non ce l'ha il mare. Nemmeno a pochi chilometri. Non mi sfiora il pensiero. Non è un desiderio.
Mentre invece voglio la scala. Voglio una calda e vivibile scala interna che metta in comunicazione i due piani della piccola casa.
E la voglio di legno.
Voglio sentire scricchiolare i gradini quando si sale e si scende.
Voglio il caldo del legno sotto le piante dei piedi.
Sono nata in un'isola e ho sempre avuto i piedi freddi. Anche d'estate. Quando piovono i piccioni cotti. E il bagno nel mare non lo volevo fare perchè c'erano i cugini maschi che mi tiravano sotto con la testa e l'acqua mi entrava nel naso. Si poteva morire. Morire sott'acqua con le orecchie piene d'acqua e nell'acqua quel suono del niente.
Come le case che ho abitato.
Sono nata in una vecchia casa veneziana, coi soffitti di quattro metri pieni di stucchi, in riva ad un canale.
Di quella casa ricordo soltanto il canale, ed il ponte dove un giovane dilettante padre filmava le corse della sua bambina in una pellicola kodak super otto. Pellicole invertibili a colori tarate per due diverse temperature di colore della luce: sul ponte luce diurna tipo G e dentro in casa, seduta in una poltrona coi braccioli mentre stringo l'orso Cucciolo e la bambola Teresa in un unico abbraccio, luce artificiale di tipo A.
E se non fosse per tutti quei filmini, in realtà, non ricorderei niente.
Poi nacque mio fratello e ci trasferimmo nell'altra isola.
E dal salotto si vedeva un pezzetto di laguna.
Che non era il mare ma sempre d'acqua si trattava. E quell'acqua si è colorata ad ogni cambio di stagione, di clima, di luce. Nera di notte, cristallina d'inverno. Grigia con la neve. Cobalto con il temporale. Verde con la piaggia. Bianca con le nebbie. Rossa nei tramonti.
E' da quel posto che ho visto i più bei tramonti della mia vita.
Ed è forse in quel posto che sono rimasti i ricordi più belli della mia vita. I rimpianti. I sentimenti. Togliamo pure il forse.
Sono nata su un'isola e loro, loro due, su quell'isola sono rimasti.
Niente era previsto. Destino beffardo. Puttana la vita. Grande senso d'impotenza, solitudine. Rabbia e desolazione. Fretta di chiudere. Tutte le cose chiuse in scatoloni. Un gran pezzo di vita.
In realtà tutto è rimasto là e la casa è stata smantellata con una fretta che nessuno avrebbe voluto possedere. Siamo stati posseduti. Loro sono rimasti là e la casa è come se l'avessimo sciolta nell'acido.
E poi ci son state le altre due case. L'altro pezzo di vita.
Case grandi dove ho marchiato il territorio deponendo rispettivamente una figlia, su una, ed un figlio, sull'altra.
Case enormi dove i ricordi rimbalzano ed hai come quella sensazione di eco.
Case che hanno visto la mia vita espandersi in rumori ovattati come quando i cugini maschi mi ficcavano la testa sotto acqua e l'unica cosa che sentivano le mie orecchie era il suono del niente.
Come tutte queste case che ho abitato.
Ed ora c'è un altro episodio di questa mia vita a telefilm.
L'ultimo?
C'è quella casa. La più piccola mai abitata.
L'unica da dove si vede un pezzetto di mare.
Da dove si assiste alla nascita di albe strazianti.
Non ho mai amato le albe.
Sono nata in un'isola ed ho una fottuta paura del mare.
Rumore incessante e imponente. Massa in costante movimento.
Sto ferma da anni. Come una roccia. Temo il cambiamento. Sto appollaiata e aspetto. Il cambiamento. E odio aspettare.
Ho tante cose e non ho niente. Non sento le case dentro.
Non la sento, dovrei?
Come le altre non l'ho trovata. Me la sono trovata davanti.
Ci sono entrata dentro io, non lei.
Ci sono freddi terrazzi per terra. Non ci sono scale di legno. Sento i vicini che parlano, pisciano e fanno all'amore. Non c'è il caminetto. La caldaia è in cucina e quando s'accende sembra un treno a vapore. Non c'è una veranda ma dalla terrazza si vede un pezzetto di mare. Il fatto che si veda è una gran cosa ma potresti chiudere gli occhi e sapresti comunque che ce l'hai davanti. Sia che soffi il vento del nord che fa piegare i muri sia che arrivi lo scirocco che te lo fa arrivare sulle punte dei piedi.
Sono nata in un'isola.
Circondata dal mare e voglio una casa che mi entri dentro.
Posso dunque entrare?





sabato, maggio 07, 2011

Emilio e Lucia




















A questo punto un libro potrebbe anche finire.
Ma però.
La scena era davvero ai limiti tra l'imbarazzante ed il ridicolo. Io avevo la sporta a tracolla, quella che di solito uso per la spesa. Quelle borsette che si piegano e diventano minuscole e stanno raccolte dentro il loro contenitore chiuso da una minuscola cerniera.
Dentro avevo l'urna con le ceneri del papà, mentre la zia L. teneva nella mano destra la sua sportina di tela bianca con una scritta pubblicitaria che adesso non ricordo più.
E là c'era la mamma, nell'altra urna.
E pesavano quelle due cose, cacchio se pesavano. Poi sul ponte c'erano dei turisti, ed io ho protetto col braccio il mio fardello; mia zia arrancava su per i gradini cercando di scansare la gente. E intanto brontolava. Mi veniva da ridere. Mi veniva da ridere pensando a cosa le stavo proponendo. Inverosimile. Robe da non credere.
La mia zia ottantunenne che portava nella borsa della spesa sua sorella. Come un litro di latte e poco più.
Povera Lucia, povera Lucia. Intanto diceva.
“Essere sballottata anche da morta, non bastava da viva”.
Così mi è venuta in mente quella volta. Uno dei tanti ricoveri di quel bastardo novantotto.
Dovendo fare un esame più approfondito, la mamma doveva spostarsi di reparto e così venne a prenderla il portantino con la sedia. Ma c'era un piccolo problema: erano in due a dover fare quell'esame, di pazienti. E non c'erano altre sedie.
Due scriccioli di donne consumate dal cancro. Due belle anziane signore con le teste calve ma ancora piene di forze, s'intende (o forse lo volevo io); e con un grande senso dell'ironia (quello era evidente, per la miseria).
Così accettarono di usare la stessa sedia, ponendosi una davanti all'altra. Cioè: l'altra signora seduta con la schiena appoggiata all'apposito sostegno e mia madre tra le gambe larghe della medesima signora che con le braccia la cingeva in un abbraccio simpatico, paurosa che la mamma scivolasse in avanti... ma non era il davanti il problema; solo che questo lo capimmo dopo.
In più pioveva. Pioveva molto.
Quel giorno chi vide quell'improbabile scena non potette esimersi dal sorridere: il portantino sotto un diluvio torrenziale, chiuso nella sua cerata gialla, arrancava trascinando una sedia con due rotelle e due ilari minuscole signore in vestaglia che se la ridevano ad ogni curva.
Io con l'ombrello, correvo loro appresso, cercando di ripararle. Bagnata come un pulcino.
Il punto era che non appena il portantino portava la sedia ad una tale angolazione, le due anziane signore si sbilanciavano all'indietro cosicché mia madre, che stava sul davanti, inesorabilmente schiacciava la signora dietro che inevitabilmente veniva spinta verso lo schienale della portantina con poche possibilità di allargare la cassa toracica in tanti bei respiri.
E giù a ridere.
Non ricordo di aver visto mia madre sballottata più di quel giorno.
Ma ricordo bene quanto tutti noi (portantino compreso) abbiamo riso, e per quanto tempo (quanto ancora visse mia madre?) ricordammo la scena.
Perciò, là sul ponte vicino casa, mia zia mi vide sorridere e forse non capì ma sono sicura che mia madre mi fu complice e sorrise. Anche di più.
Rideva poco la mamma, ma quando lo faceva era una risata cristallina e trascinante, magari infarcita con qualche parolaccia detta in dialetto.
Mi tenni stretta il papà tra le braccia e sentii dentro che tutto stava andando bene.
Portandomeli a casa, avevo fatto la scelta giusta.

domenica, aprile 17, 2011

...eFigliDiNessuno
















il nonno della t. è morto sabato nove aprile.
diciotto anni dopo sua moglie e sedici giorni prima di compiere cent'anni.
questione di numeri e di non voler finire sul quotidiano locale.  nemmeno il funerale ha voluto.
nello stesso giorno è morta anche la mamma di c.
esattamente quattordici e sette anni dopo le morti del suo primogenito e del  marito.
e brava la mamma di c. ad aver resistito, e bravo c. che ha custodito con amore il cuore e lo strazio della sua mamma.
ora c. è solo, ed oggi ha seppellito la mamma.
ed io gli ho inviato un messaggio, col telefonino; appena un poco prima del funerale. 
e avrei voluto abbracciarlo e spiegargli che sarà facile sentirsi figlio di nessuno e sprofondare nell'oblio dell'impotenza.
ma però. non ho potuto andare alla cerimonia funebre. no, non è così. non ho fatto nulla per andarci: lavoravo e non ho chiesto alcun permesso.
e poi, questa mattina,  la mamma di c. era sui muri della strada ed il dolore di c. io l'ho sentito addosso,  e questa storia del sentirsi figlio di nessuno m'è sembrata la priorità assoluta di questa buffa giornata.
e quei fottuti sensi di colpa.
così gli ho scritto che lui, sua madre, l'aveva accompagnata con tutto l'amore possibile fin dove noi non possiamo arrivare. là, oltre quella soglia, c'era suo padre, ad aspettarla. 
e poi lui, l'altro figlio, quello perduto. l'amore grande.
non è da sola, amico mio. e anche avrei voluto abbracciarlo. e di più ti dirò:  quell'alito sul collo che a volte sentirai, sarà determinante per la tua vita futura.
un soffio leggero anche con porte e finestre chiuse. arriva leggero, quasi soave.
all'inizio inquietante, poi anche atteso.
io lo sento.
lo sento da quando son diventata figlia di nessuno, o almeno così, a volte, tante volte, mi sento.
lo sento.
da quando ho perduto la mia, di madre.
dodici anni fa, dopo ottocento e trentatre giorni che mancava mio padre.
due anni e due mesi e tredici giorni,  per essere precisi.
e figli di nessuno.

giovedì, novembre 11, 2010

SanMartino




Se avessi potuto fermarlo quel tempo ma la curiosità di vederli crescere era così forte che l'hai lasciato andare, quel tempo. Come quando li hai visti sorridere per la prima volta e non erano smorfie, e tu chiamale - se vuoi - emozioni. Trovarli nel lettino come non li avevi lasciati,  e due occhioni spalancati. Andare a gattoni e le ginocchia delle tutine nere anche se il pavimento della casa è lindo perché l'avevi pulito fino a cinque minuti prima. Addormentarsi in piedi perché hanno appena imparato a tirarsi su e non ne vogliono sapere di ritornare orizzontali. E i primi passi e le prime paroline. Le pappe e il profumo della farina lattea nestlè che non sai più se c'è ancora. La fretta di crescere insieme e il vomito la tosse e la cacca molla. Il biberon di latte col nesquik per cena e via tutti a letto. Nel lettone insieme a cercare di farli dormire e “mamma parliamo di qualcosa” e nessuno dormiva, o s'addormentava la mamma e buonanotte ai piatti della cena che ancora aspettavano di essere lavati. E la scuola materna e i lavoretti. Natale pasqua la festa della mamma san martino e le mimose dell'otto marzo. E la scuola elementare. Grembiule zainetto libro di lettura sussidiario e le penne masticate. Una con l'ordine maniacale che non usciva dalle righe manco a morire e l'altro che si mangiava le punte delle matite e anche i temperamatite. E i compleanni al mc donald's e le festine a casa e le torte e la farina e le pizzette di pasta sfoglia a forma di cuore. I nonni e la casa del lido, e la casa di jesolo e gli altri nonni. Bim bum bam e cristina d'avena. I puffi e le video cassette. Quando una film tira l'altro tra robin hood, giacomo uncino e il signore degli anelli,  e continuare a camminare in fretta quando di fretta non ce n'era bisogno. L'esame di quinta e la tesina della terza media. Poi scatta qualcosa. Peli baffetti il ciclo e puzza di ascelle che ti pare di vivere con delle cipolle. Affanno. Ormoni che svolazzano parolacce e inquietudini ed è in quel momento che t'accorgi che il tempo è volato. È andato e non torna, e tu resti sola in una casa enorme a pensare al tempo che non te lo senti più tanto intorno, e attendi un messaggio, o che la bustina lampeggi. che poi è esattamente la stessa sensazione che provavi quando ti capitava d'innamorarti o giù di lì. Quindi aspetti, seduta in divano, alla luce della tivvù accesa e dell'abatjour, il pc un libro un album di foto, la scatola dei biscotti. Due telecomandi, il cordless e un cellulare che non suona.
Ed una necessaria voglia di fermare il tempo.

sabato, novembre 06, 2010

IlPrimoPost
















piove. piove in una giornata tremendamente irlandese.
c'è o'gara ma in panchina. se si decidesse di farlo entrare, giocherebbe la sua centesima cups.  ah però.
il sudafrica gioca a dublino. io, in divano gioco con te.
il sudafrica attacca con spazi più lunghi. ancora una volta l'irlanda fatica a trovare spazi. inutile dire che io tifo irlanda.
jennifer vuole essere corteggiata. jennifer aveva bisogno di continuità.
troppe sbavature, troppi errori. altrimenti si rischia. disattenzione e superficialità. la fisicità non sempre è un marchio di fabbrica.
la perdita di possesso fa riflettere. si può andare al calcio di punizione.
il ragazzo di jennifer aveva le sue ragioni. ci sono segnali di cedimento ovunque.
hai ragione, hai ragione. quando dici che le donne vogliono solo essere salvate.
per tutta un'estate le zanzare non hanno fatto altro che pungermi i piedi. piedini dolci? avevi risposto: sarà l'effetto dell'origano che metti sui pomodori. poi è arrivato l'inverno e ho smesso di mangiarli. i pomodori. e son sparite anche le zanzare. i tuoi piedi sono bellissimi, mi dici.  li guardi li tocchi li accarezzi.
mi dici sempre che se vuoi una cosa la devi volere una volta sola e da quel momento agire come se ce l'avessi già. io ti ho avuto, e ora ti ho.
il ribaltamento del ritmo. so che hai ragione quando dici che hai ragione. lo so. lo penso e non lo dico ma lo so. e non vado da nessuna parte. resto. resto con te, qui in divano, e tu sei con me. i miei piedi su di te e le zanzare che torneranno a tormentarmi.
un tempo scrivevo spesso del sogno cattivo.
eccomi: tu mi dici che io ti ho salvato e tu hai sempre ragione.